Brexit e Made in Italy: i primi effetti dell’Accordo sugli scambi e la cooperazione

Articolo a cura degli avvocati Antonino La Lumia e Stefania Rossi

La rubrica “Diritto e impresa del Made in Italy” è diretta dall’avv. Antonino La Lumia, Founding Partner di Lexalent

 

Il 31 dicembre 2020 il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea, alla scadenza del periodo di transizione della Brexit, inaugurato con i risultati del referendum indetto oltremanica ormai quasi cinque anni orsono, in data 23 giugno 2016.

Come è noto, a seguito del voto che aveva sancito la volontà della popolazione britannica di non far più parte dell’Unione Europea, erano iniziati i negoziati volti al raggiungimento di un accordo permanente che disciplinasse il commercio e le altre relazioni tra l’Unione e il Regno Unito al termine del periodo di transizione. Gli equilibri socio-politico-economici dell’Europa intera stavano per essere irrimediabilmente alterati e v’era la necessità di regolamentare in modo efficace i rapporti tra i due soggetti, ivi compresi quelli riguardanti gli scambi di beni e servizi, la mobilità e le attività transfrontaliere, in entrambe le direzioni.

Finalmente, in data 24 dicembre 2020, dopo una lunga e complessa trattativa, è stato siglato un accordo sulle condizioni della futura cooperazione che è entrato in vigore, seppur in via provvisoria, all’alba del nuovo anno.

Come chiarito nel comunicato stampa diffuso dalla Commissione Europea, l’Accordo sugli scambi e la cooperazione, composto da 1.246 pagine, è retto da tre pilastri principali, il primo dei quali sancisce il raggiungimento di un accordo di libero scambio, inaugurando così “un nuovo partenariato economico e sociale con il Regno Unito”. Gli altri due pilastri comprendono un nuovo partenariato per la sicurezza dei cittadini e un accordo orizzontale in materia di governance.

Con particolare riferimento all’ambito del commercio, è stata concordata l’assenza di tariffe e dazi su tutte le merci conformi alle opportune regole in materia di origine. Si prevede altresì la prosecuzione ininterrotta e sostenibile dei trasporti per via aerea, stradale, ferroviaria e marittima, anche se l’accesso ai mercati si ridurrà rispetto alle opportunità offerte dal mercato unico. In tale frangente, sono comprese, poi, disposizioni volte a garantire che la concorrenza tra gli operatori dell’UE e del Regno Unito avvenga in condizioni paritarie, in modo da non compromettere i diritti dei passeggeri e dei lavoratori né la sicurezza dei trasporti.

Tuttavia, dopo nemmeno un mese dall’entrata in vigore delle nuove disposizioni, sono emerse le prime problematiche concrete, che hanno evidenziato la difficoltà a garantire un effettivo libero scambio di merci e servizi.

Se è vero, infatti, che non sono previsti dazi e tariffe, è altresì vero che, nell’ambito del commercio, vi sono molti adempimenti in più da espletare, un numero significativo di dichiarazioni doganali da rendere e anche qualche divieto da rispettare.

Non ha giovato, in merito, il fatto che l’accordo commerciale tra Unione Europea e Regno Unito sia stato raggiunto, di fatto, nell’ultimo giorno disponibile: si consideri che il governo britannico ha pubblicato le linee guida aggiornate per l’import/export solo poche ore prima dell’entrata a regime della normativa, senza quindi concedere ai produttori e ai trasportatori la possibilità di testare il nuovo sistema.

Tra gli ostacoli più imponenti merita di essere menzionato quello relativo alla normativa sulla provenienza, cui sono ora soggette tutte le merci in transito tra UE e Regno Unito: gli operatori commerciali devono ora rispettare norme di origine comparabili a quelle che l’UE e il Regno Unito applicano nei rapporti con partner commerciali terzi.

In concreto, l’aumento della burocrazia, alimentato dall’impreparazione delle aziende – sia britanniche che europee, rispetto alla nuova normativa – si è tradotto in ingorghi e rallentamenti in corrispondenza dei principali valichi di frontiera. Ciò, a sua volta, ha comportato un allungamento dei tempi di trasporto, con gravi conseguenze soprattutto per i prodotti alimentari freschi che devono poter contare su tempi consegna contenuti.

Uno degli esempi più eclatanti ha riguardato i prodotti ittici: le esportazioni dalla Scozia verso l’UE hanno subito grossi ritardi, dovuti non soltanto ai nuovi documenti doganali richiesti, ma altresì ai controlli di sicurezza sulla merce trasportata e ai sistemi informatici introdotti di recente. I controlli alla frontiera hanno richiesto anche cinque ore per ogni TIR, tanto che l’associazione di settore Seafood Scotland ha denunciato che “l’impatto finanziario per le società ittiche scozzesi è stato totalmente devastantee che il settore potrebbe addirittura collassare.

Il problema, per il Made in Italy da esportare in Gran Bretagna, è evidente e numerosi operatori commerciali – soprattutto imprese di piccole dimensioni – hanno già comunicato la propria decisione di rinunciare ad esportare oltremanica, spaventati sia dalla complessità delle procedure sia dai rischi collegati alla deperibilità delle merci trasportate.

Trattasi di una questione rilevante per la nostra economia, se si considera che, secondo i dati forniti dall’Istat, i prodotti Made in Italy in transito verso la Gran Bretagna rappresentano circa il 5% dell’export italiano nel mondo: è una percentuale tutt’altro che contenuta, atteso che, tradotta in cifre, corrisponde a oltre 23 miliardi di euro all’anno.

I settori maggiormente coinvolti sono quelli dei macchinari e apparecchiature, delle auto, dei prodotti alimentari e dell’abbigliamento, che, insieme, coprono circa il 40% delle esportazioni verso Londra. Considerando solo il settore agroalimentare, il vino rappresenta il 24% del totale delle esportazioni in loco, con un fatturato superiore a 830 milioni di euro. Di assoluto rilievo anche il nostro export di ortofrutta trasformata (13%) e ortofrutta fresca (6%), così come dei prodotti da forno e farinacei (11%) e dei prodotti lattiero-caseari (9%). Hanno un forte impatto su questo primato i prodotti a indicazione geografica protetta (Igp), che incidono per oltre il 30% sulle nostre esportazioni verso Londra e che, grazie all’accordo commerciale raggiunto, continueranno a essere riconosciute e tutelate in territorio britannico.

Sulla sponda britannica, iniziano già a vedersi i primi effetti: secondo quanto osservato dal Daily Mail, si manifestano sempre più ritardi nella fornitura di alcuni alimenti d’importazione europea, con particolare riferimento alla frutta e alla verdura fresca. Difficoltà analoghe si riscontrano ai valichi di frontiera opposti con l’Irlanda del Nord, con riferimento a prodotti provenienti dalla Gran Bretagna: secondo quanto previsto nell’accordo, Belfast è rimasta infatti allineata agli standard sui beni UE, per garantire il mantenimento del confine aperto con Dublino come stabilito dagli accordi di pace del 1998, e dunque le spedizioni vengono sottoposte a controlli e dichiarazioni amministrative anche nel transito Regno Unito.

Dal 25 gennaio 2021, è tuttavia possibile usufruire del Sistema degli Esportatori Registrati, denominato REX, che dovrebbe agevolare e velocizzare il transito dei beni e delle merci con origine preferenziale: gli operatori commerciali che intendono esportare i propri prodotti dall’UE verso il Regno Unito dovranno iscriversi nell’apposito registro e dichiarare l’origine dei propri prodotti. Gli uffici delle dogane procederanno, quindi, alla registrazione degli esportatori nella banca dati REX. Per gli addetti ai lavori, le indicazioni operative sono contenute nella circolare 4/2021 adottata dall’ADM, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.