I prodotti dell’agrifood italiano trainano l’export: i nuovi dati dell’olio extravergine d’oliva, tra pandemia e prospettive di crescita

Articolo a cura degli avvocati Antonino La Lumia e Stefania Rossi

La rubrica “Diritto e impresa del Made in Italy” è diretta dall’avv. Antonino La Lumia, Founding Partner di Lexalent

 

Nell’anno della pandemia, il settore dell’olio di oliva italiano ha registrato un incremento della domanda sia interna che estera, in linea con i risultati positivi ottenuti, nel medesimo periodo, dal comparto alimentare del Made in Italy, che si è dimostrato ancora una volta trainante nonostante l’emergenza epidemiologica ancora in corso, a dimostrazione del prestigio di cui godono, nel mondo, i prodotti enogastronomici del nostro Paese.

Secondo una recente indagine condotta da Ismea, quanto al mercato interno, l’aumento del consumo dei pasti tra le mura domestiche si è tradotto in una forte crescita delle vendite dei format della GDO (+7% dei volumi), compensando, almeno in parte, le perdite dovute alla chiusura del canale Horeca e, in particolare, della ristorazione.

A registrare incrementi importanti non sono stati solo gli acquisti interni presso la grande distribuzione, ma altresì la domanda estera. Le esportazioni, infatti, rappresentano una voce fondamentale del bilancio oleicolo dell’Italia: i primi 10 mesi del 2020 hanno segnato un importante aumento del commercio oltre confine: +21% in termini di volume e +4% in valore.

Nel frattempo, l’import di olio è cresciuto del 6% in volume a fronte di una flessione del valore dovuta alla riduzione generalizzata dei prezzi internazionali. Ciò – secondo le stime fornite da Ismea – ha permesso alla bilancia commerciale del settore di riportare un segno positivo.

Scorrendo i dati contenuti nel report, è importante considerare, quanto al trend delle esportazioni, che i maggiori Paesi destinatari sono gli Stati Uniti e la Germania mentre al terzo posto si colloca il Giappone, che si caratterizza per essere lo Stato che riconosce al prodotto un valore medio maggiore. Tra i Paesi da monitorare si colloca, a sorpresa, la Russia che occupa solo l’ottavo posto nel range internazionale, ma che ha registrato, negli ultimi anni, un aumento delle importazioni di olio italiano del 60%.

Da contraltare rispetto all’aumento delle esportazioni si registra un calo della produzione relativa alla campagna olivicolo-olearia 2020/21, che dovrebbe attestarsi – secondo le prime stime – a 255 mila tonnellate, con una riduzione del 30% rispetto allo scorso anno.

Secondo il primo consuntivo diffuso dall’Associazione italiana dell’industria olearia (Assitol) a fine febbraio 2021, la Puglia, che normalmente produce il 40% dell’olio nazionale, ha visto dimezzare i propri quantitativi. Il calo riguarda, prevalentemente, le regioni del Sud, dove ha influito innanzitutto una fisiologica alternanza dopo l’abbondante produzione dello scorso anno e dove sono state riscontrate problematiche legate alle perdite degli oliveti a causa della Xylella. Tuttavia, il clima più mite che si è registrato nel centro – nord della penisola nell’anno 2020 ha permesso di assistere a incrementi sostanziali per quanto riguarda alcune regioni settentrionali e centrali come Toscana (+31%), Umbria (+70%) e Liguria (+100%).

In termini prettamente quantitativi, ciò giocherà verosimilmente a sfavore delle esportazioni nostrane, che subiscono da sempre la concorrenza dei prodotti iberici: è noto come la Spagna sia tra i maggiori competitor dell’Italia nel settore oleario, essendo in grado di mantenere costi decisamente inferiori, grazie ad un territorio più esteso e orograficamente meno complesso. Il Belpaese dovrà, pertanto, puntare necessariamente sulla qualità.

In questo frangente, l’olio extravergine d’oliva, prodotto d’eccellenza del Made in Italy, gioca (e giocherà) un ruolo fondamentale, rappresentando l’82% in valore delle esportazioni oleicole e l’87% del consumo interno.

L’industria olearia ha un fatturato di oltre 3 miliardi di euro e partecipa per il 3,2% al totale dell’industria alimentare italiana: essa comprende sia la prima fase di lavorazione (quella delle imprese produttive, ossia quella dei frantoi), sia la seconda (in senso lato, include l’attività di imbottigliatori, sansifici e raffinerie).

Il settore presenta numerosi punti di forza: in particolare, l’enorme patrimonio varietale, costituito da oltre 500 cultivar, circa il 40% di quelle conosciute a livello mondiale. Dopo il nostro Paese si colloca la Spagna con meno di 200 cultivar censite, anche se quelle realmente produttive sono poche decine: tale significativa biodiversità è legata alla complessità geografica del territorio nazionale, con le coltivazioni presenti in aree molto diverse tra loro.

Grazie a questa considerevole varietà, è particolarmente alto il numero di oli con riconoscimento comunitario di qualità (42 DOP e 6 IGP): essi rappresentano mediamente il 2-3% della produzione nazionale complessiva (nel 2019, 11 mila tonnellate), percentuale che aumenta in termini di valore.

Quali sono le prospettive future?

Secondo le stime per il 2030 della DG per l’agricoltura e lo sviluppo rurale della Commissione Europea, la produzione di olio di oliva europeo nei prossimi anni è attesa in crescita dell’1,3% annuo.

In Italia, in particolare, la crescita sarà guidata dalla piantumazione di nuove cultivar più resistenti alle “malattie”. Come sopra accennato, non potendo competere con Paesi come Spagna e Portogallo a livello di scala e produttività, la sfida per l’Italia sarà quella di consolidare la propria posizione di paese produttore di olio extravergine di qualità superiore, giustificando e garantendo quindi livelli di prezzi più elevati. Si segnala a tal proposito che il prezzo medio dell’olio extravergine italiano è cresciuto del 36% nel corso del 2020, portandosi a un livello quasi doppio rispetto a Spagna e Grecia, e che, pur subendo la concorrenza, fra ottobre 2019 e agosto 2020 le esportazioni in Ue sono aumentate del 24,7%.

Nella graduatoria internazionale, l’Italia occupa il primo posto quanto a importazioni e consumo pro capite di olio d’oliva, mentre è il secondo Paese al mondo per produzione e esportazioni.

Il mantenimento di tale leadership impone necessariamente una forte attenzione alle varie fasi della filiera a partire da quella agricola, che al suo interno raccoglie caratteristiche e problematiche alquanto diverse. Così come per il vino, anche in questo settore non è opportuno parlare dell’olivicoltura italiana declinata al singolare, essendoci modelli produttivi diversi e, di conseguenza, differenti approcci al mercato. Accanto a un’olivicoltura più professionale, condotta in maniera imprenditoriale e rivolta al mercato, ve n’è una più “hobbistica”, ontologicamente orientata all’autoconsumo o alla vendita diretta. A prescindere dalla diversità, che arricchisce, non si può disconoscere che l’olivo e l’olio abbiano un’esplicita connotazione nazionale: il Made in Italy, la dieta mediterranea hanno come epicentro l’olio di oliva.

La necessità di puntare sul settore oleario e – in particolare sull’olio extravergine di oliva – ha condotto gli operatori del settore a organizzarsi con finalità di autopromozione. È indubbio che il settore necessiti di una nuova spinta che sposti il baricentro ancora di più verso la qualità delle produzioni, per migliorare la competitività, salvaguardando allo stesso tempo il ruolo dell’olivicoltura che rende unici alcuni territori italiani.

Dall’alleanza tra l’Associazione Nazionale Città dell’Olio e UNAPROL – Consorzio Olivicolo Italiano è nato l’Osservatorio sulla valorizzazione turistica dell’olio extravergine di oliva. L’iniziativa è tra gli obiettivi del Protocollo di Intesa firmato, in data 4 marzo 2021, dall’Associazione nazionale che riunisce 350 territori olivati italiani e dal Consorzio che raccoglie 160mila imprese del settore olivicolo. Si tratta di un accordo basato su valori e visioni condivise, che vuole rappresentare un impegno concreto nella promozione di iniziative finalizzate alla valorizzazione turistica e culturale dell’olio extra vergine di oliva italiano. Oltre a ciò, Città dell’Olio e UNAPROL si sono impegnate per promuovere congiuntamente conferenze, seminari, workshop e corsi dedicati all’olio EVO e agli altri prodotti della filiera olivicola, nonché per incentivare lo studio e la predisposizione di iniziative normative volte allo sviluppo, all’integrazione e al miglioramento della disciplina riferita alle attività di valorizzazione turistica dell’olio.

Accanto a questa iniziativa, si segnala la nascita, sempre nel mese di marzo di quest’anno, del nuovo Movimento Turismo dell’Olio (MTO), che punta a sviluppare un turismo diffuso di appassionati in tutta Italia al pari di quanto accaduto per il vino, per avvicinare i consumatori ai produttori e per valorizzare la cultura dell’olio extravergine d’oliva italiano.