Affermare, con sicurezza, che ci troviamo in fase di ripartenza è più un auspicio che un dato di fatto.

Sicuramente l’Italia e, in particolare, il settore del Made in Italy – da sempre fiore all’occhiello della nostra economia – deve e dovrà fare i conti con questo lungo periodo di stallo, tirarne le somme e ripartire, forte della credibilità di cui gode, che non è mai venuta meno nonostante le difficoltà conseguenti alla pandemia da COVID-19.

Il “prodotto italiano” – declinato in tutte le sue varianti, dalla moda, al design, all’agroalimentare – vanta, infatti, estimatori in tutto il mondo ed è il momento di investire, nuovamente, nella nostra economia per darci l’opportunità di sfruttare un patrimonio che nessun altro Paese al mondo possiede.

In questo panorama, il settore agroalimentare ha – e avrà – un peso strategico nella fase della ripartenza ed è necessario che l’attività degli imprenditori e dei professionisti coinvolti sia supportata quanto più possibile, non solo mediante l’erogazione di contributi economici, ma altresì con l’introduzione di semplificazioni burocratiche e legislative, in grado di rendere maggiormente flessibile il lavoro e l’impegno profusi.

IL WINE MODEL ITALIANO

Conferma della forza e credibilità del Made in Italy sono i dati statistici relativi al vino, che dimostrano quanto lo stesso abbia tenuto alto l’onore dell’export del nostro Paese anche durante la pandemia da Covid-19, almeno con riferimento al primo trimestre 2020.

I dati Istat hanno segnato, infatti, un +5,1% sui mercati extra UE, che valgono il 50% del totale delle esportazioni vinicole del nostro Paese.

Nonostante l’escalation di timore per l’avanzata dei contagi da Oriente e la successiva entrata in vigore del lockdown nel nostro Paese – a decorrere dal mese di marzo 2020 – il vino italiano all’estero ha registrato, quindi, performance positive, che trovano conferma nei trend degli anni precedenti (+3,1% nel 2019 e +7,1% nel 2018). A ciò si è accompagnato un sensibile calo delle esportazioni dei vini francesi (-10%), da sempre nostri diretti competitori sul mercato.

Si segnala un trend particolarmente positivo, con riferimento al mercato nord-americano, in crescita del 16,8% negli Stati Uniti – scampato il percolo dazi minacciato dall’Amministrazione Trump – e del 7,1% in Canada.

Il dato confortante delle esportazioni extra-Europa pone, tuttavia, una doverosa riflessione circa le criticità legislative, che si riscontrano, in particolare, nel mercato europeo, che dovrebbe essere “Unico” e garantire la libera circolazione di persone e merci, senza insormontabili difficoltà.

È in questo frangente che emerge l’impegno e la passione dei piccoli imprenditori cultori del Made in Italy, che costituiscono il cuore pulsante della nostra economia e che, non disponendo degli strumenti delle grandi Società e delle grandi Industrie, cercano quotidianamente di non soccombere sotto il peso della burocrazia italiana ed Europea.

Ecco perché sono da accogliere con favore e supportare iniziative, come quella della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), guidata da Matilde Poggi, che attraverso la CEVI  (Confederazione Europea dei Vignaioli Indipendenti), ha avanzato in Europa una proposta tesa a semplificare le modalità di esportazione delle piccole imprese vinicole, che – in ragione delle dimensioni ridotte della loro organizzazione – non possono usufruire dei mezzi e della struttura delle più note etichette italiane.

La proposta porta il nome di “One-stop-shop” e, in breve, consentirebbe agli imprenditori di assolvere al pagamento di IVA e accise nel Paese d’origine, senza doversi avvalere di sostituti (a pagamento) all’estero; ad oggi, dopo essere stata accolta favorevolmente dalla Direzione Generale Agricoltura presso la Commissione Europea, la proposta si trova al vaglio del Dipartimento Europeo che si occupa di tasse e finanze.

Se approvata e attuata, tale soluzione comporterebbe un considerevole risparmio in termini di tempo e denaro, in primis per il produttore/esportatore, che potrebbe così trascorrere più tempo in cantina e in vigna, anziché in ufficio; e, in secundis, per il cliente straniero europeo, che avrebbe l’opportunità di assaporare, a un prezzo accessibile, oltre alle più note e meglio distribuite etichette italiane, anche i prodotti dei nostri vignaioli, cultori della terra e delle nostre tradizioni più antiche.

La battaglia portata avanti con determinazione e passione della FIVI è solo una delle tante in atto e dimostra che un’azione coordinata consentirebbe al nostro mercato di riprendersi e di crescere ancora: il mondo cambia, si evolve e mai come ora sentiamo il bisogno di reinventarci e di migliorare, ripensando al nostro modo di produrre, di lavorare e, più in generale, al nostro modo di concepire la Società, coniugando il rispetto della tradizione con l’inestinguibile esigenza di progresso e di semplificazione.